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LA CLESSIDRA UMANA
di Elia Bei
Con Alessandro Lui, Paolo Mazzarelli, Ivano Picciallo

Italia, 2025, 15’  > A P U L I A N  P R E M I È R E <

 

 

SINOSSI
Una lunga notte in un ospedale psichiatrico, nel 1962. Un patto forzato tra un infermiere e un paziente, in cui quest’ultimo viene sottoposto a pratiche disumane. Un ritratto minimalista del tempo sospeso, della solitudine condivisa e della possibilità di sopravvivere all’alienazione attraverso una piccola rivoluzione: prendersi cura degli altri.

 

SYNOPSIS
A long night in a psychiatric hospital, in 1962. A forced pact between a nurse and a patient, in which the latter is subjected to inhumane practices. A minimalistic portrayal of suspended time, shared loneliness, and the possibility of surviving alienation through a small revolution: caring for others.

 


BIOGRAFIA DEL REGISTA
Elia Bei nasce a Fermo nel 1990. Si laurea con lode come attore nel 2012 alla European Academy of Dramatic Arts, conseguendo un BA in Performing Arts e in Scienze della Comunicazione con una tesi sul regista danese Lars Von Trier. Dopo esperienze teatrali con registi come Silvio Peroni e Marcello Cotugno, nel 2015 scrive, dirige e autoproduce il suo primo cortometraggio «Decadènce», uno spaccato sulla vita mondana dei giovani e sulla violenza di genere, selezionato in vari festival italiani ed internazionali (Stati Uniti, Egitto). Nel 2017 frequenta il corso di regia condotto da Piero Messina presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e, sempre nello stesso anno, intraprende lo sviluppo di due cortometraggi: «Il ladro di spezie» (2018) e «Vittoria per tutti» (2019). Il primo, girato in Marocco sul pregiudizio verso il mondo arabo, è vincitore del bando SIAE S’Illumina; il secondo, già semifinalista con la sceneggiatura al Los Angeles Cinefest, tratta le vicende di una coppia devastata da un caso di revenge porn e ha ottenuto il contributo del NuovoIMAIE, e ha vinto il premio Rai Cinema Channel come “Miglior Cortometraggio Italiano” al RIFF – Rome Indipendent Film Festival. Nel 2024 si sono concluse le riprese del suo quarto cortometraggio dal titolo «La clessidra umana», ambientato in un ospedale psichiatrico negli anni 60 e ispirato a fatti realmente accaduti, è in uscita nel 2025. Attualmente, sta lavorando al documentario biografico «Un angelo in bilico», sull’artista marchigiano Osvaldo Licini.

 

DIRECTOR BIOGRAPHY
Elia Bei was born in Fermo in 1990. He graduated with honors in 2012 from the European Academy of Dramatic Arts, earning a BA in Performing Arts and in Communication Sciences with a thesis on Danish filmmaker Lars Von Trier. After theatrical experiences under directors such as Silvio Peroni and Marcello Cotugno, in 2015 he wrote, directed, and self-produced his first short film Decadènce, a portrait of youth nightlife and gender-based violence, selected at various national and international festivals (United States, Egypt). In 2017, he attended a directing course led by Piero Messina at the Centro Sperimentale di Cinematografia in Rome, and in the same year began developing two short films: Il ladro di spezie (2018) and Vittoria per tutti (2019). The first, shot in Morocco, addresses prejudice against the Arab world and was a recipient of the SIAE S’Illumina grant. The second, which reached the semifinals at the Los Angeles CineFest with its screenplay, tells the story of a couple devastated by a case of revenge porn. It received support from NuovoIMAIE and won the Rai Cinema Channel Award for “Best Italian Short Film” at the RIFF – Rome Independent Film Festival. In 2024, filming was completed on his fourth short film, La clessidra umana, set in a psychiatric hospital in the 1960s and inspired by true events. The film is set to be released in 2025. He is currently working on the biographical documentary Un angelo in bilico, about the artist from the Marche region, Osvaldo Licini.

 


NOTE DI REGIA
È difficile per me spiegare come questo argomento abbia fatto breccia nei miei pensieri e mi abbia spinto a raccontare questa storia. C’è da dire che sono cresciuto in un contesto piccolo, di provincia, con una mamma e una nonna che lavoravano in una comunità di recupero per persone con disabilità mentali. Ed è all’interno di quel contesto che io mi sono trovato a contatto, nell’infanzia, con molti anziani che avevano passato la loro intera vita nei manicomi e che all’epoca, negli anni novanta, vivevano una condizione completamente diversa, o almeno così la ricordano i miei occhi di bambino. Avevano finalmente la possibilità di vivere in un contesto sociale. Abituati ad essere esclusi dal mondo civile, lì finalmente vi potevano partecipare attivamente, e li ricordo felici, dolci e, soprattutto, sereni. Non credo che sia andata così per tutti gli ex internati degli ospedali psichiatrici di tutta Italia, e non credo sia così per tutti ancora oggi, credo anche che i malati mentali pericolosi per sé stessi e per gli altri esistano e che non debbano essere lasciati soli. Ugo, il protagonista di questa storia, è proprio uno di quegli anziani che ho conosciuto da bambino e di cui mi sono fatto raccontare la storia da tutte le persone che gli erano state vicine e che erano a conoscenza del suo passato da internato. Io ho solo un ricordo, vivido, di un anziano ricurvo su sé stesso, i gomiti al petto e i pugni chiusi sotto il mento come a simulare una camicia di forza, che improvvisamente alza la testa e dice sorridendo ad un inserviente: “puffetè, me dai na sigherettuccia?”. La clessidra umana è un estratto, figlio di un progetto più ampio di lungometraggio dal titolo, per l’appunto, Ugo, in cui vengono raccontati cinquant’anni di vita di un internato costretto a passare, nel corso degli anni, attraverso tutte le istituzioni manicomiali italiane. Nello specifico, la storia de La clessidra umana avviene prima dell’avvento della legge 180 del 1978 (comunemente conosciuta come “legge Basaglia”) e racconta un procedimento realmente utilizzato dagli infermieri notturni di un ospedale psichiatrico, nei primi anni sessanta, raccontato dallo stesso Franco Basaglia in “L’istituzione negata”. Ugo, il protagonista della nostra storia, si trova costretto a sottostare a una tortura velata da parte di un infermiere. Un impari do ut des nel quale il malato è costretto a restare sveglio tutta la notte in cambio dell’unica moneta consentita all’interno di quelle mura, il tabacco. Ogni notte Ugo separa accuratamente il tabacco dalle briciole di pane, procedimento della durata esatta e calcolata di trenta minuti, per poi al termine dell’operazione svegliare l’infermiere che nel frattempo riposava invece di svolgere il suo lavoro. Tutto questo perché il cartellino dell’infermiere deve essere timbrato ogni trenta minuti, a testimonianza della sua presenza e vigilanza. In cambio, il malato riceve come unica ricompensa, se così la possiamo definire, il tabacco che lui stesso ha diviso. Ugo è, dunque, una clessidra umana. Ma cosa succede quando uno strumento di tortura come questo incontra la fanciullezza e l’ingenuità di un’anima pura come quella di Ugo? Succede che la tortura acquisisce un significato meno macabro e più umano, diviene gioco e, quindi, amore. La mente e gli occhi di Ugo riescono a percepire solo il buono di questo mondo, in questo caso: tante sigarette da regalare ai suoi compagni internati e renderli felici, anche solo il tempo di una sigaretta. D’altronde, è facile essere felici quando non ce n’è alcun motivo.

 

DIRECTOR STATEMENT
It’s difficult for me to explain how this topic found its way into my thoughts and compelled me to tell this story. I should start by saying that I grew up in a small, provincial setting, with a mother and a grandmother who worked in a rehabilitation community for people with mental disabilities. It was within that environment that, as a child, I came into contact with many elderly individuals who had spent their entire lives in asylums and who, back in the 1990s, were living in completely different conditions—or at least, that’s how my childhood eyes remember it. For the first time, they had the opportunity to live within a social context. Accustomed to being excluded from civil society, they were finally able to take part in it actively. I remember them as happy, kind, and above all, serene.
I don’t believe this was the case for all former psychiatric patients across Italy, and I don’t think it’s true for everyone even today. I also believe that mentally ill individuals who are dangerous to themselves or others do exist, and that they should not be left alone. Ugo, the protagonist of this story, is one of those elderly people I met as a child. I pieced together his story by speaking with all the people who had been close to him and knew about his past as a psychiatric patient. I only have one vivid memory of him: an old man hunched over, elbows pressed to his chest and fists under his chin, mimicking a straitjacket, who suddenly raised his head and smilingly said to an attendant, “Puffetè, can you give me a little cigarette?”. The Human Hourglass is an excerpt, a part of a broader feature film project entitled Ugo, which tells the story of fifty years in the life of a psychiatric patient forced to pass through all the major Italian mental health institutions over time. Specifically, the story of The Human Hourglass takes place before the introduction of Law 180 in 1978 (commonly known as the “Basaglia Law”) and recounts a procedure actually used by night nurses in psychiatric hospitals in the early 1960s, as told by Franco Basaglia himself in The Institution Denied. Ugo, the protagonist, is forced to endure a veiled form of torture imposed by a nurse. It’s an unequal exchange—a do ut des—in which the patient is required to stay awake all night in exchange for the only currency that mattered within those walls: tobacco. Each night, Ugo carefully separates the tobacco from crumbs of bread, a task that takes exactly thirty minutes. At the end of the process, he wakes the nurse, who has been resting instead of doing his job. This is necessary because the nurse’s timecard must be stamped every thirty minutes to prove his presence and vigilance. In return, the patient receives the tobacco he himself had sorted—his only reward, if we can call it that. Ugo, then, becomes a human hourglass. But what happens when an instrument of torture like this crosses paths with the childlike innocence of a pure soul like Ugo’s? What happens is that the torture takes on a less macabre and more human meaning—it becomes a game, and therefore, a form of love. Ugo’s mind and eyes can only perceive the good in this world—in this case, lots of cigarettes to give to his fellow patients, making them happy, if only for the length of a smoke. After all, it’s easy to be happy when there’s no reason to be.

 


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