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FIGLIO
di Giacomo Scoditti
Con Annika Strohm

Italia, 2026, 8’  

 

SINOSSI
Una donna attraversa la città per raggiungere l’appartamento del figlio scomparso e recuperare il suo gatto, l’unico inquilino rimasto nella casa. Cercando l’animale tra le stanze, la donna si ritrova di fronte alle tracce di una vita svanita. Ma nel silenzio della casa, qualcosa di magico e inaspettato potrebbe ancora trovare spazio.

 

SYNOPSIS
A woman crosses the city to reach her missing son’s apartment and retrieve her cat, the only tenant left in the house. Looking for the animal in the rooms, the woman is confronted with traces of a vanished life. But in the silence of the house, something magical and unexpected could still find room.

 


BIOGRAFIA DEL REGISTA
Giacomo Scoditti, barese, nato nel ‘94. Dopo il liceo classico, si è laureato in legge sul tax credit e sulle forme di finanziamento al cinema. Ha cominciato lavorando come videomaker in comunicazione, per poi cimentarsi sui videoclip. Ha frequentato la Civica “Luchino Visconti” di Milano e poi studiato regia al CSC di Milano, nell’ambito di un master. Ad oggi lavora come assistente alla regia. Ha intrapreso da qualche anno il percorso d’autore. Figlio è il suo secondo cortometraggio, prodotto da Nichel Film e distribuito da EarlyBird.

 

 

 

DIRECTOR BIOGRAPHY
Giacomo Scoditti, born in Bari in 1994. After graduating from high school, he earned a degree in law, focusing on tax credit and film financing. He began working as a videomaker in the communication market, then moved into music videos. He studied at the “Luchino Visconti” Civic School in Milan and later attended a directing master’s program at the CSC in Milan. He currently works as an assistant director. In recent years, he has begun his journey as a filmmaker. Son is his second short film, produced by Nichel Film and distributed by EarlyBird.

 


NOTE DI REGIA
“Figlio” è un film di esplorazione. Volevo scrivere e girare una storia che fosse un’esplorazione del vuoto. Il vuoto, come tale nella nostra cultura, è la traccia di qualcosa che non c’è più, che è passato di lì per un attimo o che c’è stato per molto tempo, mettendo radici. Le case vuote lo rappresentano bene, questo tipo di vuoto, soprattutto quando dentro di esse c’è la presenza silenziosa di ciò che non c’è più. Le case vuote vivono in un limbo, in cui lo spazio e il tempo sono dettati dal mondo interiore di chi ci entra. La protagonista della mia storia entra in una casa vuota, per recuperare un gatto rimasto solo. Ma il silenzio circostante e la diffidenza dell’animale la inducono presto ad una ricerca più profonda, quella del legame invisibile con il figlio scomparso, ex inquilino della casa. Oggetto dell’esplorazione diventa il mondo intangibile, quello del lutto e della mancanza che si celano sotto alla superficie degli oggetti. La dimensione del realismo quotidiano cede infine il passo al realismo magico. La donna trova una racchetta da ping pong danneggiata che è un portale per una dimensione magica. Ho scelto di raccontare questa storia affidandomi molto all’espressività di Annika Strøhm, formidabile attrice norvegese, arrivata dal teatro. I tratti del film sono infatti nord-europei, lo sguardo freddo e cinico di Annika si scioglie piano ma mai del tutto. La camera la segue e vede ciò che vede lei senza aggiungere altro, aspettando che siano le sue intime e silenziose reazioni a parlare. L’attesa, il pedinamento e l’osservazione, quasi documentaristica, credo portino nel frame un realismo molto chiaro. Ma questa messa in scena asciutta, “cruda” ed essenziale prepara in realtà il campo per una scena finale totalmente surreale. Il capovolgimento narrativo e stilistico per me è fondamentale, perché c’entra con le modalità di attraversamento del vuoto. Passo dopo passo, la donna trova il suo modo di abitare il vuoto e, nel senso di perdita generale, anche il film matura una forma diversa.

 

DIRECTOR STATEMENT
“Figlio” (Son) is a film about absence, and how spaces retain the memory of what is no longer there. Empty homes – especially those abandoned by someone we love – become suspended places, almost outside of time. I wanted to explore that limbo: a woman enters to look for a cat but is drawn into a deeper search – for her son, for the bond that has disappeared, for the intangible layers of loss. I chose a dry, almost documentary style to remain close to a sense of everyday realism, following the protagonist without commentary, allowing her body and silent reactions to carry the weight of the story. This stripped-down visual language is, however, just the surface. Beneath it, something magical begins to stir: a damaged ping-pong paddle becomes a portal into another dimension. The film thus shifts course – from stark realism to a surreal, dreamlike finale. This narrative and stylistic reversal is essential to me, because it mirrors the process of moving through grief. Step by step, the woman finds a way to inhabit the void. In the midst of loss, the film itself transforms. Annika Strøhm, an extraordinary Norwegian actress with a strong background in theatre, brings all of this to life. Her cold, almost cynical gaze gradually softens – but never entirely. Figlio is, at heart, an attempt to give shape to emptiness without filling it.

 


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