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TO LOOK AT A FLEETING MOMENT
di André Cecilio

USA, 2025, 8’  > E U R O P E A N   P R E M I È R E <

 

SINOSSI
Un’esplorazione astratta del viaggio emotivo dell’immigrazione, raccontata da chi l’ha vissuta in prima persona e rivolta, principalmente, a chi non l’ha mai provata.

 

SYNOPSIS
An abstract exploration of the emotional journey of immigration, told by an immigrant, mainly to non-immigrants.

 


BIOGRAFIA DEL REGISTA
André Cecilio è un regista e sceneggiatore brasiliano di 22 anni che vive a Chicago, in Illinois, dove si è recentemente laureato alla DePaul University in Cinema e TV, con una specializzazione secondaria in Cinema Sperimentale. Come artista, André cerca di esplorare sentimenti di ansia, alienazione e solitudine attraverso una lente non lineare e impressionista. Il lavoro di André esamina le relazioni e le disconnessioni tra le persone, sempre con l’intento di esprimere i più piccoli distacchi tra i corpi con la massima veridicità possibile, sia attraverso l’immagine, il suono che la parola scritta.

 

 

DIRECTORS BIOGRAPHY
André Cecilio is a 22-year-old Brazilian filmmaker and writer based in Chicago, IL, who recently graduated from DePaul University, where he studied Film and TV with a minor in Experimental Filmmaking. As an artist, André seeks to explore feelings of anxiety, alienation, and loneliness through a non-linear and impressionistic lens. André’s work examines the relationships and disconnects between people, always intent on expressing the smallest gaps between bodies with the strongest veracity possible, be it through image, sound, and/or written word.

 


NOTE DI REGIA
Spesso mi sento inadeguato a parlare dell’essere un immigrato. Non perché mi vergogni di provenire da dove provengo, o perché provi disprezzo per la mia cultura. Sento solo di non essere la persona giusta per spiegarlo. A questo punto, potrei aver esaurito tutte le parole che ho mai avuto per descrivere come mi sento al riguardo, e nessuna formulazione o scelta di parole da parte mia sarà mai in grado di illustrare il dolore particolare del partire, o il vuoto del restare. Da un lato, se dovessi fare un cortometraggio rivolto al pubblico americano che mostri la “vita di un immigrato”, a me sembrerebbe impersonale. Dall’altro, raccontare a un pubblico brasiliano cosa si prova a immigrare negli Stati Uniti mi sembrerebbe disonesto. Se mi rivolgo a qualcuno a casa, non è per parlargli del fatto che l’ho lasciato. Questo non significa che non ci pensi. La maggior parte delle volte, è l’unica cosa che riesco a fare. Penso a come, fin da bambino, fossi solito guardare in alto ogni volta che passava un aereo, con gli occhi incollati ad esso finché non spariva dalla mia vista. Penso a come cerchi ancora quegli stessi aerei, senza sapere bene il perché. Penso allo scricchiolio del pavimento del mio appartamento a Chicago. Penso a come nessuna casa sia mai sembrata grande come la casa di mia nonna, all’epoca in cui gattonavo sui suoi pavimenti. Penso a come tutte le conversazioni che ho ascoltato di sfuggita da bambino si siano accumulate l’una sull’altra, impresse nella mia mente. Penso a come tutto il mio tempo sia sparso in stanze in cui non metterò mai più piede. Penso a tutto questo così tanto che non dire nulla mi fa sentire soffocare, per quanto io non sappia come farlo. In un certo senso, mi riporta a quando ero bambino sul sedile posteriore dell’auto dei miei genitori, a guardare paesaggi fugaci passarmi davanti tanto velocemente quanto ci mettevo a riconoscere la loro esistenza. Alla fine, quel sentimento è l’unico di cui mi sento sicuro di poter rivendicare la paternità. L’unico che sento di poter ricreare con precisione affinché gli altri lo vedano. Ecco perché ho fatto questo film. Era l’unico modo in cui potevo farlo.

 

DIRECTOR STATEMENT
I often feel inadequate to talk about being an immigrant. Not because I’m ashamed of where I come from, or because I feel any disdain for my culture. I just feel like I’m not the right person to explain it. At this point, I might’ve used up all the words I ever had to describe how I feel about it, and no amount of phrasing or wording from my part will be able to illustrate the particular pain of leaving, or the emptiness of staying. On one hand, if I were to make a short film aimed at American audiences showing the “life of an immigrant”, to me, it would come off as impersonal. On the other hand, telling a Brazilian audience how it feels to immigrate to the USA would feel dishonest. If I’m reaching out to somebody back home, it’s not to talk about leaving them. This doesn’t mean I don’t think about it. Most times, it’s all I can do. I think about how, ever since I was a kid, I used to look up whenever a plane would fly by, my eyes glued to it until it left my sight. I think about how I still look for these same planes, unsure of why. I think about the creaking of the floor in my Chicago apartment. I think about how no house has ever looked as big as my grandma’s house did, back when I used to crawl through its floors. I think about how all the conversations I overheard as a kid have stacked on top of each other, stuck to the back of my mind. I think about how all my time is scattered across rooms in which I’ll never set foot again. I think about all this so much that it feels suffocating not to say anything, as much as I don’t know how to. In a way, it brings me back to being a kid, at the back of my parents’ car, looking at fleeting sights pass me by as quickly as I could acknowledge their existence. In the end, that feeling is the only one I feel confident in taking ownership of. The only one I feel I can accurately recreate for others to see. That’s why I made this film. It’s the only way I could.

 


POSTER

 


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